Muti al Regio, fioccano i complimenti a Torino, al coro e all'orchestra. E lancia l'appello a Draghi

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 11/02/2021


Nella conferenza stampa che annuncia la première in streaming del Regio, prevista per l'11 marzo prossimo, del Così fan tutte targato Riccardo e Chiara Muti, a centrare subito il punto è la commissaria Rosanna Purchia, che ha aperto gli interventi tenuti presso la sede torinese della Reale Mutua: “Il silenzio è d’oro perché oggi ben altri sono gli argomenti. Grazie a Reale mutua perché hanno percepito che nei momenti bui bisogna scegliere un faro, qual è la cultura”. Intervento conciso e defilato. D’altra parte, quando per la prima volta in quattro decenni si ha Riccardo Muti al Regio, ogni altra parola sarebbe oltremodo superflua.

Protagonista indiscusso della conferenza è infatti il Maestro partenopeo, che ha esordito parlando dell’attuale emergenza culturale aggravata dalla pandemia: “La vicinanza al mondo dell’arte è importantissima non solo in questo periodo cruciale e difficile, ma per costruire generazioni future che oggi soffrono di una situazione di grave incultura, sicuramente aggravata dalla presenza di questa pandemia. Siamo un paese dei proclami: tutti sono per la cultura, ma poi nessuno opera in tal senso. Voglio fare un appello al presidente incaricato Draghi: si apra un nuovo capitolo, decisivo per i prossimi decenni e le prossime generazioni, per portare la cultura al centro del nostro Paese. Che si moltiplichino le orchestre in Italia, non voglio dire come in Germania, dove ogni cittadina ha la propria. Ma che si apra una nuova strada”.

Non mancano da parte del Maestro i complimenti alla città: “Ho scoperto Torino in questi giorni, lo dico con mia vergogna, che è piena di cose meravigliose. Sono stato qui una quarantina d’anni fa, escludendo le brevi apparizioni al Lingotto che non mi hanno dato modo di conoscere la città. Non sono più tornato perché sono stato direttore musicale altrove, e sono della vecchia scuola: se uno è direttore musicale si deve adoperare per l’orchestra, non fare toccata e fuga”.

E non mancano, rispondendo a una domanda di Susanna Franchi in cui la giornalista ha chiesto cosa l’avesse colpito delle formazioni del teatro lirico torinese, le lodi al coro e all’orchestra: “Avevo diretto l’orchestra quarant’anni fa, all’inizio della mia carriera. Ho apprezzato l’atteggiamento di grande partecipazione e disciplina artistica, nell’orchestra nel coro e in tutto il personale, di una gentilezza e disponibilità difficili da trovare oggi. Un tratto gentile e collaborativo. Orchestra e coro che hanno lavorato molto bene e in poco tempo hanno colto il mio concetto di suono, di interpretazione, di un’opera così difficile come il Così fan tutte. Per costruire un’orchestra ci vogliono anni, per distruggerla una quindicina di giorni. Ma se non crepo, lo dico ufficialmente, tornerò a Torino”.

Tra gli aspetti dell’allestimento che il Maestro sceglie di evidenziare vi è il cast interamente italiano: “Non è bieco nazionalismo. Il libretto è di Lorenzo da Ponte, che a scuola non si studia ma si dovrebbe. I protagonisti sono italiani, giovani e bravissimi. Quando cantano non solo le arie ma anche i recitativi si capisce finalmente cosa dicono e si può cogliere il doppio senso del linguaggio di Mozart e da Ponte. Mozart è l’espressione della presenza di Dio, c’è divinità nella musica di Mozart. Che ha sempre usato cantanti italiani. Si pensi al passaggio “Folle è quel cervello che sulla frasca ancor vende l’uccello”: un cantante straniero non lo capisce e non lo sa scandire. Siamo talmente diventati fragili che se si canta un’opera francese sbagliando un accento la Francia insorge, se un cantante straniero stecca le parole italiane non lo si fa neanche notare”.

È un Mozart sfiduciato e, al netto dei risvolti narrativi dell’opera, tragico quello che i Muti portano in scena: “Il finale è negativo. Un’opera dai risvolti che possono sembrare comici, ma il cui epilogo tradisce sfiducia nei confronti del mondo. Le coppie si ricompongono come in origine, le cose vengono così lasciate come stanno in un non risolto gioco di finzione”. Ed è anche un Mozart “furbacchione”, a usar le parole del Maestro, che per eludere i moralismi della società austriaca del tardo settecento ambienta a Napoli una storia realmente accaduta nei pressi di Vienna: “Quando diressi su invito di Karajan il mio primo Così fan tutte, dopo l’esecuzione a Salisburgo andai a Vienna e incontrai un vecchio musicologo a cui chiesi perché la storia si svolgesse a Napoli, pur essendo le due dame ferraresi”. Nell’opera non c’è infatti alcun elemento melodico che ricordi il mondo mediterraneo partenopeo. La parola Napoli viene pronunciata una sola volta, così come il Vesuvio viene citato una sola volta. “La storia di Così fan tutte avvenne realmente a Neustadt – prosegue il Maestro – ma, se avessero portato in scena una storia ambientata lì sarebbe sorto uno scandalo. Così da Ponte e Mozart – giocando con la traduzione del nome della città austriaca (appunto “città nuova”), che in latino diviene nea polis e dunque Napoli – la ambientano in Italia”.

Ad affrontare l’argomento streaming è invece Chiara Muti, figlia del direttore e allieva di Strehler, che ha curato la regia dell’allestimento già comprato dalla Staatsoper di Vienna con cui andrà a Tokyo: “C’è resistenza da parte nostra per riuscire a portare a termine il lavoro. Il teatro vive di pubblico, senza pubblico siamo orfani. Il teatro non è cinema: lo streaming è un aiuto per sopravvivere e per far sì che il pubblico possa continuare a fruire di cultura, ma il teatro non è fatto per essere rinchiuso in trenta centimetri, il pubblico deve vibrare con la musica. Di streaming, anche se siamo qui per pubblicizzarlo, io non ne posso più”.

Con Francesca Leon assente, a margine degli interventi principali interviene anche l’assessore regionale alla cultura – se n’è ricordata! – Vittoria Poggio, che confermando l’accusa di Muti verso una politica che considera la cultura un esercizio di vuota retorica, sceglie di ribadire quanto oggi la cultura sia importante e quanto sia da tutelare. Negli stessi giorni in cui la giunta a cui appartiene taglia del 40% (una sforbiciata pari a 30 milioni circa) i fondi regionali alla cultura.

 

Alle domande via web di giornalisti, blogger e appassionati è riservato quasi alcuno spazio. A essere discusse sono infatti soltanto due. Noi, per quanto ci riguarda, il nostro dovere lo facciamo, chiedendo al Maestro – proprio in riferimento alle sue considerazioni circa l’attenzione da dedicare alle orchestre – come valuti la prolungata assenza di un direttore musicale stabile al Teatro Regio. Inutile dire come la domanda non compaia nemmeno (contrariamente ad altre: una giornalista del Mattino, quotidiano di Napoli, ha chiesto cosa si portasse di Napoli nel mondo con questo allestimento. E viene a chiederlo oggi, quando l’allestimento è già andato in scena a Napoli?) sullo schermo della sala conferenze. Ma si sa, nelle istituzioni culturali pubbliche italiane vige ancora il vecchio motto del Ventennio: “Il nemico vi ascolta. Tacete!”. Dove il nemico, s’intende, sono le domande scomode.