Ipotetica ricostruzione dell'organismo che ha lasciato le impronte attribuite alla nuova icnospecie Isochirotherium gardettensis. Per gentile concessione di Fabio Manucci

Una nuova specie di dinosauro sulle Alpi piemontesi, la scoperta di un team italo-svizzero

di REDAZIONE
pubblicato il 16/01/2021


È stato molto emozionante notare appena due fossette impresse nella roccia, spostare un ciuffo erboso e realizzare immediatamente che si trattava di un’impronta lunga oltre trenta centimetri: un vero tuffo nel tempo profondo, con il privilegio di poter appoggiare per primo la mano nella stessa cavità dove in centinaia di milioni di anni se n'era appoggiata soltanto un'altra; mi è venuto spontaneo rievocare subito l'immagine dell'animale che lasciò, inconsapevolmente, un segno duraturo nel fango morbido e bagnato, ma destinato a divenire roccia e innalzarsi per formare parte della solida ossatura delle Alpi”.

Lo ha dichiarato Edoardo Martinetto, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, in seguito alla scoperta di una nuova specie di dinosauro che abitava la val Maira circa 250 milioni di anni fa. A quel tempo, a inizio del Triassico, le alture del Piemonte non esistevano e la regione si trovava a ridosso dell’equatore. E, nello specifico, anche la zona oggi chiamata altopiano della Gardetta, situata proprio nell’alta valle cuneese. Ed è qui che inizia la straordinaria storia da poche ore resa nota. Nel 2008 le impronte di rettili – di circa quattro o cinque metri di lunghezza – che abitavano il deserto della Pangea in seguito al disastro ecologico del Permiano (che determinò l’estinzione del 96% dei viventi) iniziarono a tornare alla luce.

Tutto inizia con il lavoro di tesi del geologo Enrico Collo. Nel 2008, insieme a Michele Piazza dell’Università di Genova e nel 2009 con Heinz Furrer dell’Università di Zurigo, il gruppo identificò nelle rocce dell’Altopiano della zona alcune tracce di calpestio lasciate da grandi rettili, originariamente lasciate fra i fondali fangosi ondulati di una antica linea di costa marina in prossimità di un delta fluviale. La zona, oggi sita a circa 2200 metri di quota, è tra le più belle dell’intero arco alpino. Gli studiosi hanno quindi provato a capire chi potesse essere stato l'autore di quelle impronte, attribuendole a un "nuovo" animale, Isochirotherium gardettensis, vagamente simile a un coccodrillo. 

Ha raccontato Collo a La Stampa: “Tutto comincia con le tre estati dal 1994 al 97 che passai con la tenda sull’altipiano per fare la tesi di laurea e che mi permisero poi di portarvi il prof. Michele Piazza dell'Università di Genova, colpito dalla ricchezza stratografica del sito. Fu nel 2008 che trovammo le prime impronte, poi rilevate nel 2009 insieme ad Heinz Furrer del Museo paleontologico di Zurigo. Al momento tutto finì lì e il compito fu quello di cercare di sensibilizzare enti e soggetti sull’importanza culturale e turistica della ricerca”. Nel 2017 il progetto «Impronte dal passato», con l’appoggio dell’associazione culturale Escarton, porta alla costituzione di un team che include Attilio Dalmasso (Museo dei fossili di Bernezzo), Edoardo Martinetto e Massimo Delfino dell’Ateneo di Torino e che si avvale della collaborazione di Fabio Petti, Deborah Rocchietti e Alberto Crosetto della Soprintendenza regionale. “Fu allora che Martinetto scoprì una nuova impronta – prosegue Collo – che rivelò una pista di altri rettili ancora da identificare, ma forse simili ad un esemplare rinvenuto in Cina”.

Non è possibile conoscere con precisione l’identità dell’organismo che ha lasciato le impronte che abbiamo attribuito a Isochirotherium gardettensis, ma, considerando la forma e la grandezza delle impronte, e altri caratteri anatomici ricavabili dallo studio della pista, si tratta verosimilmente di un rettile arcosauriforme di notevoli dimensioni, almeno 4 metri”, ha spiegato Marco Romano, paleontologo della Sapienza Università di Roma.

Lo studio sulle impronte Isochirotherium gardettensis è stato appena pubblicato sulla rivista internazionale PeerJ a firma di geologi e paleontologi del MUSE - Museo delle Scienze di Trento, dell’Istituto e Museo di Paleontologia dell’Università di Zurigo e delle Università di Torino, Roma Sapienza e Genova, in accordo con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria Asti e Cuneo.

Le implicazioni sono diverse. Per prima cosa, secondo Fabio Massimo Petti del MUSE - Museo delle Scienze di Trento, esperto di orme fossili e primo autore del lavoro, si tratta di un ritrovamento unico in Europa: “Le orme sono eccezionalmente preservate e con una morfologia talmente peculiare da averci consentito la definizione di una nuova icnospecie [l'icnologia è la branca della paleontologia che si occupa dello studio delle interazioni tra organismi e substrato: impronte, ma anche tane, percorsi, segni della coda; NdR] che abbiamo deciso di dedicare all’Altopiano della Gardetta”.

Un'ulteriore implicazione riguarda poi il tempo in cui il coccodrillo era vissuto. Massimo Bernardi, paleontologo del MUSE di Trento, ha sottolineato che i ritrovamenti della Val Maira testimoniano la presenza di rettili di grandi dimensioni in un luogo e un tempo geologico che si riteneva caratterizzato da condizioni ambientali inospitali. Dove cioè non si pensava che sarebbero potuti esistere dinosauri: le rocce che preservano le impronte della Gardetta, formatesi pochi milioni di anni dopo la più severa estinzione di massa della storia della vita, l’estinzione permotriassica, hanno quindi dimostrato che quest’area non era totalmente inospitale alla vita come proposto in precedenza.

Per il raggiungimento di questi risultati è stato determinante il contributo organizzativo ed economico dell’Associazione Culturale Escarton che ha sostenuto il progetto a partire dal 2016 e che ha rappresentato l’intermediario fra il mondo della ricerca e quello delle istituzioni locali rappresentate dai Sindaci dei comuni di Canosio e Marmora, nonché dall’Unione Montana Valle Maira. Il progetto di ricerca è destinato a svilupparsi ulteriormente grazie all’estensione dell’area di ricerca e alla raccolta di ulteriori informazioni sulla associazione di rettili triassici che hanno lasciato tracce nella zona ma soprattutto grazie alla diffusione dei risultati delle ricerche geo-paleontologiche mediante la creazione di un Geo-Paleo park, comprendente un centro visitatori e un giardino geologico didattico-divulgativo.

La nostra prossima sfida”, sottolinea il coordinatore del progetto Massimo Delfino del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, “è trovare la copertura finanziaria che garantisca una raccolta accurata ed esaustiva delle informazioni di importanza scientifica, la conservazione a lungo termine del patrimonio paleontologico della Gardetta e la sua valorizzazione in un’ottica di promozione culturale e turistica delle caratteristiche naturali della Val Maira”.