Ma ride ben chi ride la risata final: chi esce gabbato dal caso del Regio

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 20/07/2019


La nomina di Sebastian Schwarz come sovrintendente del Regio richiede due doverose analisi: l’una incentrata su chi esce gabbato - da se stesso per sue stesse colpe, tenetelo a mente - da tutta la farsesca vicenda dell’ultimo anno e mezzo, della quale sarete partecipi nelle prossime righe, l’altra, sul ruolo di leader morale a cui il tedesco è chiamato ad adempire. Due piani distinti degni di trattazioni differenti poiché essi stessi qualitativamente differenti. La pantomima originata dalle note ingerenze politiche in quel del Regio non ha la benché minima dignità per essere accostata a elucubrazioni sul futuro dell’arte a Torino.

Ancora non si conoscono le circostanze che hanno portato Schwarz a balzare in cima alla lista dei desiderata nel corso dei colloqui tenutisi ieri di fronte al Consiglio d’Indirizzo. Quindi, così com’è possibile che il Presidente della Fondazione (Appendino) possa aver accolto favorevolmente dal principio l’ex direttore dell’An der Wien, è altrettanto plausibile che il Sindaco – in sostegno di Graziosi – possa essere giunto in un primo momento al muro contro muro rispetto agli altri componenti del CdI. Non fatico a credere che i rappresentanti delle fondazioni bancarie possano aver fatto la voce grossa per ottemperare alle esigenze di chi il teatro lo finanzia. Ma, al momento di operare la scelta, si è raggiunto un accordo unanime. Lo scorso anno si finì con l’aprire le porte a Graziosi con un risicato 4-3, e le fondazioni bancarie – allora sì – votarono per il nome imposto da Appendino in ossequio alla pacifica guerra ombra tra istuituzioni politiche e società finanziarie. Ma, con tutti i travagli di cui siamo stati resi tristemente partecipi, non è difficile ipotizzare che altri abbiano voluto sfilarsi dal carro del Sindaco.

Ed è proprio Appendino la più gabbata in tutto questo teatrino d’avanspettacolo: la politica dell’incaponimento non ha pagato. Avrebbe potuto fare un dovuto passo indietro al momento giusto, e si sarebbe risparmiata l’ennesimo ginepraio amministrativo e le conseguenti critiche al tenore di condotta politica. Per una cosa l’avremmo pur sempre osteggiata: l’aver ritenuto di poter amministrare indirettamente un ente culturale con le stesse logiche con cui si organizza un partito. Sottovalutando la coriaceità di chi mastica arte quotidinamente. E si è gabbata perché, essendosi eretta a inamovibile paladina di una causa peronata da altri suoi colleghi di partito, si è dovuta accollare disgrazie e responsabilità della vicenda.

Esce gabbato Graziosi, sospinto sulla Piazza non tanto dalla politica quanto dai suoi stessi dipendenti in aperta rivolta. Il cui giudizio ritengo essere stato un deterrente alla riconferma dell’ormai ex sovrintendente da parte del Consiglio d’Indirizzo, consapevole di essere voce di un teatro spaccato a metà.

Ed esce gabbata la politica tutta con i suoi portaparola. I forzisti, in primo luogo, che Graziosi non avevano dato mai l’impressione di osteggiarlo, non tanto per acuti scrupoli artistici (di cui sappiamo essere incapace l’intero arco politico subalpino) quanto per la vicinanza del buon William con il sempreverde alfiere berlusconiano Gianni Letta. I pentastellati ancor di più, con Giovara alla loro testa, per i quali Graziosi rappresentava il canale di attuazione dell’omonima mozione consiliare, redatta dal trio Giovara-Guenno-Dilengite, approvata a dicembre 2017.

Infine esce gabbato chiunque consideri gli enti culturali come strumenti in mano alla politica per essere svuotatoio di veffi di partito oggi, serbatoio di voti domani. Peccando di sottostima verso tutti i lavoratori di tali enti, unici artefici del successo del mondo artistico-culturale italiano altrimenti abbandonato alla deriva. E ferendone l’orgoglio.

L'eventualità che tutti costoro abbiano mai pensato di poter asservire il Regio ai propri vizi e ai propri scopi è fatto che non ci disturba e non deve fare indignare. Si chiama politica. L'eventualità non conteggiata dai signori di Palazzo che la sceneggiata tutta si risolvesse in una colossale disfatta, degna del finale del Falstaff verdiano, ci fa invece beffardamente sorridere. Se in luogo del tentativo di far cambiare musica al Regio, la musica l’avessero ascoltata, questo da Verdi avrebbero imparato: “Tutti gabbati! Irride l’un l’altro ogni mortal. Ma ride ben chi ride la risata final!”.