Davide Livermore alla Scala

Nelle gestione del Regio resta spazio per l'arte?

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 08/07/2019


Se ben ricordo una delle prime cose che William Graziosi disse, dopo la nomina a sovrintendente del Regio, fu che l’ente lirico aveva soprattutto bisogno di orientarsi al modello del teatro azienda per divenire produttivo. Non spetta a me riconoscere se il buon William sia riuscito nei suoi propositi, ma dal bilancio dell’ultimo anno si evince che la produttività per dipendente sia calata rispetto alle ultime battute di Vergnano. Lo stesso appello giunse alle mie orecchie da certi esponenti del mondo politico locale fautori della nomina di Graziosi.

Credo che, a un anno dalla nomina, il dirigente di Lucerna non abbia abiurato questa sua aziendolatria applicata al mondo dell’arte. Tant’è vero che, prima di rendersi conto della brutalità del nome in un contesto – per l’appunto – artistico, parlò a più riprese di “piano industriale”, solo successivamente rinominato “piano di sviluppo”, e come tale lo presentò al pubblico e ai vertici della Fondazione che lo votarono.

Piano di sviluppo a parte, il quale è stato solo parzialmente posto in essere, non sembrerebbe, a giudicare dal tasso di produttività per dipendente registrato al Regio, che la terapia Graziosi giovi a pieno regime. E la produttività dei singoli è uno degli indici di valutazione più importanti per misurare la solidità di un’azienda. Sarebbe forse opportuno che i teatri facciano i teatri e le aziende facciano le aziende, come suggerisce in una recente intervista alla Stampa Davide Livermore (che riportiamo in fondo integralmente), tra i torinesi più noti a livello mondiale, ponendosi tra le priorità una qualitativamente buona programmazione artistica in primo luogo.

Sia chiaro, il poverismo non ci piace: vi si subodora sempre puzzo di fallimento (e commissariamento). I conti vanno tenuti in ordine, c’è poco da aggiungere. Ma un industrialismo che mira alla ricchezza e null’altro, in parte fallendo, per giunta, ci piace anche meno: vi riconosciamo sempre le stigmate della cafoneria e dell’inettitudine ai ruoli rivestiti dalla nostrana nomenclatura. Ed una nomenclatura d’area artistica cafona come questa a Torino non s’era mai vista, nemmeno al tempo dei “ladri competenti”.

Ma, a parte tali riserve d’ordine estetico, vorremmo che l’arte e la bellezza ritornassero a essere il fulcro attorno al quale basare la gestione del Regio, dando così un seguito al recitativo di Graziosi nella ormai nota conferenza stampa di presentazione della nuova stagione. Lettura nella quale il sovrintendente è parso più interessato ad accusare i cronisti di faziosità nelle narrazioni delle vicende del Regio piuttosto che a rendere partecipe il pubblico di una convincente progettualità artistica: tutti, in qualsiasi ambiente contaminato dalla politica, hanno dovuto affrontare le ostilità di una stampa che – salvo quella di Palazzo – non ha mai fatto complimenti a nessuno né oggi né ieri. Qualora Graziosi dovesse riprendere il timone del Regio, lasci le parole a noi narratori, e ci dia fatti d’area artistica da raccontare, che sono assai più persuasivi delle parole. Sempre ammesso che ne sia capace e ne abbia voglia.

 

 

IL REGIO RIMETTA L'ARTE IN CIMA ALLE PRIORITÀ E LA POLITICA DICA CHE TEATRO D'OPERA VUOLE

Di Alberto Mattioli, da La Stampa 7 luglio 2019

 

Davide Livermore tenterà il concorso da sovrintendente del Regio?
«Non lo so».

I requisiti però li avrebbe tutti. Regista di fama internazionale, sovrintendente e direttore artistico a Valencia, non amato dalla gestione precedente del Regio e regista di due prime consecutive della Scala, l’ultima con Attila e la prossima con Tosca. In più, pure torinese...
«Il bando mi lascia molto perplesso».

Perché?
«Perché l’aspetto artistico non è prioritario come dovrebbe essere. E invece è da lì che bisogna partire. Se le idee sulla produzione sono chiare, la gestione economica non è facile, è facilissima. Con un progetto artistico buono, il denaro arriva. E si possono proporre stagioni importanti come quelle di Valencia, un teatro dove facevamo spettacoli con grandi artisti internazionali e contemporaneamente parlavamo al territorio, come un teatro d’opera ha il dovere di fare perché riceve fondi pubblici. Il limite non sonomai i soldi, ma lei dee».

Il piano industriale l’ha letto?
«Sì. È generico perché non mette l’arte come focus centrale di tutta l’attività del Regio. Mi sembra che oggi nei teatri italiani ci siano due problemi.
Il primo è che sono gestiti da burocrati nominati dalla politica, mal tollerati dai professionisti dello spettacolo. Ma il teatro è quel luogo paradossale dove in palcoscenico ti devi mettere la maschera ma fuori non puoi indossarla, non puoi bluffare, devi saper fare qualcosa, avere delle competenze specifiche».

E il secondo problema?
«Non si capisce quale teatro d’opera si voglia. Io non ho alcuna protezione politica e l’unica raccomandazione che ho è il mio curriculum e la qualità del mio lavoro. Ma credo che la politica debba dire che teatro vuole, per fare cosa. Per me, non può che essere una porta sul mondo e contemporaneamente un luogo di aggregazione cittadina. Ma di teatro parlano troppe persone che lo conoscono soltanto sulla carta, nei master. A Valencia, ad esempio, i professori mi dicevano: non programmare in giugno, la gente va al mare. Invece nel giugno 2017 ho messo in cartellone “The Turn of the Screw”, “Tancredi” e “Pirano e Tisbe”, non proprio tre titoli popolari. E hanno fatto il tutto esaurito. Molto semplicemente, perché erano tre bellissimi spettacoli».

Altri aspetti sbagliati del bando?
«Il sovrintendente è pagato troppo poco. Inutile fare del populismo: 140 mila euro lordi l’anno sono pochi per chi gestisce un bilancio di 25 milioni di euro, è responsabile di più di 300 lavoratori ed è uno dei volti della città. Questi incarichi devono essere ambiti da grandi professionisti. O sei attrattivo su un piano internazionale oppure concorrono solo figure di medio livello».

Quale dev’essere il rapporto con la storia dell’istituzione?
«Per me è fondamentale. Bisogna ripartire dalla storia unica e irripetibile del Regio. E invece il teatro non ha nemmeno celebrato due dei direttori artistici che l’hanno fatto grande, Carlo Majer e Claudio Desderi, mancati da poco. L’orgoglio, il senso di appartenenza di chi al Regio lavora sono fondamentali perché la città riconosca il valore centrale del suo teatro».

Da quando è scoppiata la crisi del Regio qualche politico le ha telefonato, l’ha contattata, le ha chiesto consigli?
«Mi hanno telefonato Sala e Del Corno, rispettivamente sindaco e assessore alla Cultura di Milano, per farmi i complimenti per l’Attila della Scala. La sindaca Chiara Appendino non l’ho mai sentita, l’assessore Leon invece sì. Ma per lei sono soltanto il presidente e direttore artistico del Baretti.
Per carità, è una cosa di cui vado fierissimo, però credo non sappia nemmeno che inauguro per il secondo anno di fila la stagione della Scala. Pazienza. Come diceva quel mio amico: Capitan Nemo propheta in patria. Sono di quei personaggi che, quando se ne vanno da Torino, è tanto meglio per chi a Torino resta».

Torinista, però, sempre.
«Sfegatato, granata dalla testa ai piedi. Non è che in Guerre stellari si possa tifare per Dart Fener».